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Facevano arrivare le loro vittime direttamente dal Brasile: «Vai in Italia, ti facciamo lavorare come baby sitter o addetta alle pulizie». Invece le ragazze, quasi tutte transessuali, finivano a fare le prostitute per una famiglia di sfruttatori, formata da marito, moglie, i genitori di lui e una ex escort diventata complice. Le facevano dormire in un seminterrato, fornivano trucchi, vestiti, preservativi, le accompagnavano e le recuperavano in auto di proprietà o noleggiate apposta. E soprattutto requisivano i cellulari delle ragazze e si prendevano l’intero guadagno delle loro notti di lavoro in strada, come rimborso spese per vitto, alloggio e viaggio verso il loro sogno diventato incubo.
Per questo ieri, al termine del processo abbreviato, il tribunale di Torino ha condannato i cinque imputati per associazione a delinquere e tratta di esseri umani con l’aggravante dello sfruttamento della prostituzione. Marito e moglie di 33 anni, Marcelo Argolo Mendes Nogueira Junior e Larissa Das Neves Machado, dovranno scontare una pena di 9 anni e 10 mesi di carcere. Si aggiungono 7 anni e 9 mesi per il padre di lui, il 53enne Marcelo Argolo Mendes Nogueira, 5 anni e 6 mesi per la madre Elisangela Cruz Silva Nogueira. L’ex escort, unica non in carcere ma ai domiciliari, deve scontare 6 anni, 1 mese e 27 giorni. Ed è anche la sola per cui non è stata disposta l’espulsione dall’Italia una volta scontata la pena. Agli imputati, difesi dagli avvocati Alberto Metallo, Francesca Caseri e Salvo Lo Greco, devono risarcire le presunte vittime con provvisionali dal valore totale di poco inferiore ai 250mila euro.
A dare il via all’inchiesta sono state le stesse vittime, almeno dodici, che dopo mesi di segregazione sono riuscite a raccontare la verità ai loro familiari in Brasile. Lì sono partite le prime denunce, inviate a Torino e “raccolte” dalla Squadra mobile della questura. Gli investigatori hanno indagato per un anno prima di far scattare gli arresti, lo scorso 15 aprile. E a quel punto è emerso la terribile condizione in cui vivevano le transessuali e il loro viaggio della speranza fra il Sud America e l’Italia: nel loro Paese, a quanto pare, venivano contattate via social dai “referenti” locali. Erano loro a promettere una nuova vita a Torino, con tanto di biglietto aereo pagato. All’arrivo in città, però, le donne incontravano la famiglia di sfruttatori e venivano avvisate di «un debito di 10mila euro per le spese di viaggio». Doveva restituirlo, aggiungendo 280 euro per le spese di affitto negli appartamenti sparsi fra Settimo e Torino dove vivevano tutte insieme «in condizioni di segregazione, senza potersi allontanare». Poi c’erano i 30 euro per il trasporto sul luogo di lavoro e 15 euro per il cibo: «Private del passaporto, venivano costrette a prostituirsi giornalmente, in orario serale e notturno - si legge negli atti dell’inchiesta - Ricevevano indicazioni sui prezzi e consegnavano ogni giorno la somma di denaro guadagnata».