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Ebbi modo di conoscerla a fondo nel 2011, quando Emilia, appena arrivata a Vimodrone, ma non nuova del mestiere, fu la prediletta della stagione primavera-estate. Questa, peraltro, è per me l’occasione di rievocare non solo una ragazza dei tempi lontani, ma anche un mio approccio al sesso mercenario molto diverso dall’attuale, perché allora vi ricorrevo meno spesso di oggi, spendendo quindi di più nella singola circostanza e preferendo situazioni più rilassate e articolate del boccafiga automobilistico, di cui poi sono diventato estimatore un tantino compulsivo. Anche perché allora a Milano si rischiavano ancora severi controlli.
Emilia la caricavo davanti al cimitero di Vimodrone e me la portavo a casa, per mezz’ora, per un’ora, per 100 o 150 euri a seconda dei tempi. Non è mai stata economica, ma del resto per il pompino automobilistico con venuta in bocca chiedeva uno sproposito che rendeva la pratica poco competitiva: 80 euri. Non l’abbiamo mai fatto, quindi, visto che a casa mi concedeva la stessa cosa, e a me piaceva molto, anche se la memoria magari addolcisce i suoi virtuosismi, mentre ricordo distintamente che raccoglieva fino all’ultima goccia e poi andava in bagno a sputare e a sciacquarsi la bocca. Rispetto agli esosi 80 euri della macchina, però, potevo fruire di interessanti contorni: ovviamente la penetrazione vaginale coperta, preferivamo la smorzacandela che in macchina cercava di evitare, quella anale me l’ha sempre negata, preliminari e postliminari (mi è rimasto impresso un mio massaggio al suo corpo da lei richiestomi).
Il suo corpo era allora più snello, da quello che leggo ha guadagnato qualche chilo negli anni, tonico e proporzionato, tatuato, si tingeva i capelli di biondo, ed ha sempre avuto grande richiamo erotico su di me. In strada, nella bella stagione, stava seminuda, con minigonne inguinali a spacchi, culotte di pelle, contrasti vivi di colore. Ma il suo non era l’erotismo di un manichino con pochi vestiti indosso, scaturiva invece da una determinata consapevolezza di sé. Erano i tempi delle ordinanze e lei stigmatizzò l’atteggiamento molto invasivo in particolare delle vigilesse, ma poi generalizzò: “del mio corpo faccio quello che voglio”. In altra occasione confermò: “ci ho sempre tenuto alla mia libertà”, raccontandomi, immagino concedendo qualcosa al romanzesco, che per venire in Italia era scappata di casa. Ecco, la sensualità che avvertivo in lei nasceva per l’appunto dal suo essere padrona del suo corpo e dal saperlo usare, per eccitare e per farsi il suo guadagno. Ricordo ancora il gesto della mano aperta, il candido sorriso e la voce maliziosa con cui, quando la prima sera, in cui facemmo altro, le chiesi se si lasciava anche venire in bocca, mi rispose: “sì, ma il prezzo sale”.
Vezzeggiava ben poco e non bamboleggiava. Mi disse di non chiamare programmaticamente “amore” o in modi analoghi i clienti, come altre, perché non si esprimeva così quando era innamorata, figuriamoci nelle altre occasioni. E anche di essere diffidente verso i clienti gentili in modo affettato. Sui rischi dei suoi incontri di lavoro, tuttavia, esprimeva un grintoso fatalismo, dicendo che era inutile stare a preoccuparsi troppo se andare o non andare a casa del cliente, lasciava fare al destino. Con me, in ogni caso, il pericolo maggiore che ha corso fu quando dimenticai a casa gli occhiali e la ricondussi al suo posto guidando un po’ a memoria fra contorni sfocati.
Non è mai accaduto, però, che la sua nettezza e risolutezza si manifestassero in forme di spigolosità o di sfacciataggine. Anche allora, che aveva quattro anni di meno e poco più di vent’anni, mi è sempre sembrata molto adulta mentalmente, in parallelo non casuale con la sua maturità erotica. Quindi niente capricci da ragazzina, niente basse furbizie. L’intesa nacque già la prima sera, quando, dopo averla intravista qualche volta, me ne fregai dei clienti del paninaro che sostava vicino a lei e la approcciai: le dissi che io non abito vicinissimo e lei mi rispose che non cronometra il tempo, solo era sorpresa che mi facessi chilometri per le mie “ricerche”. Anzi, da subito mi sembrò una persona tranquilla e disponibile. Notavo però la differenza fra sere in cui era più sorridente e più animata dal desiderio di comunicare (in macchina una volta parlò a raffica per raccontarmi che amava la campagna, dei luoghi dove la portavano da piccola ecc.) e sere in cui stava più sulle sue, silenziosa senza diventare scontrosa. La divertivano gli spogliarelli in macchina cui la sollecitavo per camuffare il suo abbigliamento davvero sconcio prima di entrare nel mio condominio, cingendosi attorno alla vita un maglioncino fornito da me, cercando di abbassare la gonna almeno fino a mezzo coscia o coprendosi l’ombelico.
Ultimo fatto da evidenziare, mai secondario per chi ama l’avventura notturna, con lei mi sono sempre sentito sicuro. Una circostanza in cui, a dire il vero, ho pensato di essermi spinto ai confini delle cautele che il puttaniere dovrebbe osservare fu quando lei e un’amica, poi scomparsa causa litigio, mi chiesero un passaggio all’Auchan, io glielo diedi pensando ad un normale cambio di stazione, mentre strada facendo mi dissero che andavano ad un “colloquio” con colleghe abusive della zona. Accidenti! Conoscendo i temperamenti, ho temuto il peggio, per poi leggere sul giornale il resoconto di cronaca nera, abbellito dal passaggio “accompagnate sul posto da un’auto modello …… (la mia), senz’altro appartenente ad un complice, non ancora identificato…” Scherzi a parte, visto che da episodi isolati si sviluppano fobie sociali ingiustificate, per cui si generalizza il luogo comune della rumena che appena la lasci sola te la ritrovi che rovista nei cassetti, preciso che a casa mia Emilia si è sempre comportata con educazione, discrezione e onestà. La prima sera ancora non la conosco ma mi allontano per lavarmi a fine operazioni, esco dal bagno e la sorprendo in una situazione veramente insolita: è nuda, di fronte ad una delle mie librerie a parete mentre a me dà le spalle, e pensa a voce alta: “si dovrebbe leggere di più”. In seguito la stessa scena, torno in camera e finalmente la colgo sul fatto: sta sfogliando un libro di storia e arte su una chiesa appoggiato sulla scrivania.